Finalmente è arrivata!

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La cameretta

Lunedì arriverà la cameretta “per due” ordinata il mese scorso (e costata un salasso, sob!).

Lunedì comincerà ad essere evidente lo spazio già preparato anche per Sadi. Chissà se vorrà dormire nella nostra stanza, all’inizio, oppure vorrà stare da subito nel suo letto. Daniele ha già fatto sapere che “visto che è piccolo” Sadi starà in basso, mentre lui in alto, altrimenti si può far male, eh!…

Ho deciso che faremo delle foto, un piccolo album da portare in Etiopia, per fargli vedere chi sono i nonni e chi sono gli zii (un album grosso, per quanto mi riguada, dunque…) ma non solo, anche della cameretta, della casa, dei gatti, dei cani… insomma, il mondo che troverà e che lo accoglierà.

Gli piaceremo?

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…e ora?

…Ora si aspetta.
Come sempre.

Ma si aspetta con un nome, un volto (oddio, un volto… diciamo l’accenno di un volto) e un’età. E con la consapevolezza del fatto che ora il nostro bambino c’è, è REALE. Anche Daniele, ora, ne parla. Anche lui non vede l’ora.
Sì perchè se fino ad ora avevamo il timore che avvenisse troppo presto, come ho già detto adesso non vediamo l’ora, e abbiamo tante cose da fare e tante ne avremo, sempre di nuove, sempre di più, e dobbiamo comunque goderci questo periodo, e non dovremo pensare tutto il tempo a cosa sta facendo lui (come starà? Ma perchè quella faccina triste? Ma…mangia?).

Ora c’è da gestire l’ansia.

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Sapere e non sapere

Sadi è un bel bimbo di tre anni.
Sappiamo che è nato il 20 settembre 2008, ma non sappiamo se la nascita è avvenuta in casa, in ospedale o in presenza di comari.
Sappiamo che sua madre è morta, ma non sappiamo quando, nè se lui la ricorda.
Sappiamo che suo padre è povero e che ha chiesto aiuto ai servizi sociali. Non sappiamo quando questo sia avvenuto, nè se il suo stato di bambino abbandonato sia avvenuto con il volere del padre o meno.
Sappiamo il suo peso, la sua altezza e che i medici che lo hanno visitato dieci giorni fa dichiarano che è sano. Ma in realtà non sappiamo tante cose sulla sua salute.
Sappiamo che ha un bel visino, una faccia a palla che ispira tenerezza, anche se è difficile capire qualcosa da una foto 5×3 cm, oltretutto molto scura, e non sappiamo se la colpa è della scarsa esposizione della foto o del colore della sua pelle. Sappiamo che non dobbiamo badare troppo alle foto, ma non sappiamo se quello sguardo un po’ triste è dovuto al suo stato di animo e di salute o è solo perchè quelle foto vengono fatte come fossero foto segnaletiche, con i bambini messi davanti al muro, magari alle otto di mattina, quando il piccolo voleva essere in giro a correre e giocare anzichè fermo davanti a quell’obiettivo mai visto prima.
Sappiamo che almeno la preoccupazione dei tempi troppo ristretti è infondata, perchè ci vorrà ancora qualche mese, ma non sappiamo quanti mesi, e ora ci preoccupa il dover aspettare troppo.
Sappiamo anche che non è detto che sarà lui nostro figlio, perchè c’è ancora una remota possibilità che il bimbo torni con suo padre; sappiamo che sarà una cosa bella per lui, e che per noi ci sarà un altro abbinamento, ma non sappiamo come ci sentiremo noi. No, forse lo sappiamo. Ci dovranno tirare su col cucchiaino.

Sappiamo qualcosa, ma non sappiamo tanto.

Però lui, Sadi, non sa nulla.

Non sa che la giornata è cominciata con un pianto, perchè la tensione era tanta.
Non sa che quando siamo arrivati all’appuntamento, puntualissimi, e abbiamo atteso un’abbondante mezz’ora, il paradosso del tempo si è mostrato a noi al massimo della sua potenza, facendoci sentire in attesa da ore ed ore.
Non sa che avevo immaginato esattamente tutto, quando abbiamo visto la signora gentile che ci ha fatto sedere davanti a una scrivania, con una cartellina in mano, che ha aperto, e ci ha detto che in Etiopia c’è un bimbo, che si chiama Sadi, che ha un’età sorprendentemente ben definita, con una storia di cui effettivamente sappiamo qualcosa, ma non molto, e con una cartella clinica che è perfetta, nella sua pochezza di informazioni.
Non sa che il silenzio è durato a lungo, aspettando l’apertura della cartellina, leggendo insieme le informazioni su di lui e anche dopo, quando non c’era più molto da dire.
Non sa che poi è arrivato il secondo pianto della giornata.
Non sa, e forse non saprà mai, che quel pizzico di delusione per il fatto che non fosse femmina c’è stato, ma è durato poco. E a proposito, non sa che il giorno prima, nel breve giro turistico di una splendida Firenze-by-night, visitando la Fontana del Porcellino, la mamma ha detto a Daniele di desiderare un fratellino o una sorellina; e che quando gli abbiamo chiesto che ne pensa di Sadi, la risposta del pargolo è stata splendida: “credo che la Fontana del Porcellino non abbia funzionato, ieri”. Non sa nemmeno che però, quando gli abbiamo mostrato la foto, ha fatto un sorriso e ha detto “mi piace”.
Non sa che sperando in una sorellina, in realtà, avevo immaginato un bimbo, maschietto, di tre-quattro anni, col visino triste. Esattamente come Sadi.
Non sa che per dieci dubbi che spariscono, ne nascono mille nuovi.
Non sa che la mamma non si smentisce, e non mostra le sue emozioni fino in fondo, ma quando il papà l’ha scoperta più di una volta con lo stesso suo sorriso ebete sul viso, ha capito che anche lei è contenta.
Non sa che la mamma, quando ha sentito il nome Sadi, ha detto che non le piaceva, dopo averlo ripetuto 10 volte ha detto che non sapeva cosa dire, ma dopo la millesima volta (in mezza giornata), ora questo nome le piace.
Non sa che tante persone hanno dato il loro supporto con mille messaggi, mail, commenti, e non ci hanno fatto sentire soli. Non sa quanto ci abbia aiutato tutto questo.

Ma soprattutto, Sadi non sa che qui, in Italia, a migliaia di chilometri da lui, una famiglia lo aspetta, e già lo ama.

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(Non) siamo pronti

E’ da tanto che volevo scrivere questo pezzo, ma come sempre mi riduco all’ultimo momento. Vabbè. Comunque, sto scrivendo perchè tra poche ore, qui a Firenze, avremo la proposta di abbinamento.
L’abbinamento.
Per chi del mondo dell’adozione ha esperienza o conoscenza, sa quanto sia importante questo momento.
Per tutti gli altri, questa parola è sconosciuta. Proverò a spiegarla in poche frasi.
Domani,  o meglio tra poche ore, una signora gentile ci farà sedere davanti a una scrivania, prenderà una cartellina, la aprirà, e ci dirà che in Etiopia c’è un bimbo o una bimba (speriamo bimba), che si chiama X , che ha un’età indefinita, con una storia di cui si sa qualcosa, con una cartella clinica che è incompleta, oppure perfetta, oppure rappezzata alla bell’e meglio. In ogni caso, questo bimbo o questa bimba (speriamo bimba) non è UN bimbo. E’ IL bimbo. Quello che hanno abbinato alla nostra famiglia. E se accettiamo la proposta di abbinamento (essendo una proposta, può essere accettata o meno, anche se non è chiaro se e come si possa rifiutare), il prossimo passo sarà recarsi in udienza tra poco più di un mese da un giudice. Ad Addis Abeba. Con il bimbo o la bimba (speriamo bimba).
Ebbene, dopo oltre due anni  dalla presentazione della domanda, dopo  incontri con psicologi, assistenti sociali, famiglie adottive, famiglie che adotteranno, e ancora psicologi, dopo chilometri macinati per portare carte e mostrare che siamo capaci di intendere e di volere, dopo vaccini, psichiatri e dottori, dopo aver progettato una stanza, cambiato programmi e riprogettato un’altra stanza, pitturato i muri e comprato i letti, dopo tutto questo, ora che il momento tanto atteso sta per arrivare…
Ebbene, non siamo pronti.
Da quando ho ricevuto la telefonata dall’ente che mi proponeva l’appuntamento di domani, il mio cervello ha smesso di funzionare. Come fosse ubriaco, vuoto, stanco. Tornavo a casa da lavoro barcollando, pensando che è troppo presto, che credevamo (speravamo) che questa telefonata arrivasse tra un paio di mesi, che dovrei studiare per l’esame di stato e che non so come farò, che non abbiamo i soldi (a proposito, grazie ancora a chi ci sta aiutando e a chi si è aggiunto in queste ultime ore, e grazie a chi lo farà prossimamente… ho aggiunto il link nella colonna qui a destra, per chi vorrà ancora contribuire) e che non abbiamo tempo, che vorrei poter essere presente ma che se accadrà nei tempi dichiarati dovrò essere in Etiopia nel momento lavorativamente meno opportuno, che avrei voluto fare alcune cose prima che non so se, come o quando potrò fare…
Tutti pensieri stupidi, forse, ma che il mio cervello elabora in continuazione. Forse siamo una famiglia “anomala” anche in questo: laddove tutti vedono la luce in fondo al tunnel, un tunnel fatto di spasmodiche ed interminabili attese, noi no, noi avremmo sperato in un po’ di tempo in più.
Già, ma poi pensi che domani ti diranno che la tua famiglia si allargherà, che questo bimbo o bimba (speriamo bimba) già ci aspetta, che in fondo, quando ho confidato a mio fratello queste paure ma concludendo con un ” in ogni caso sarò di nuovo papà” lui mi ha risposto “ti ricordo che l’altra volta era stato più traumatico”. Ed ha ragione. L’altra volta, proprio nello stesso albergo di Firenze da cui sto scrivendo, quando il test di gravidanza ci ha sorpreso con una risposta positiva, non ce l’aspettavamo. Abbiamo pianto, a lungo. Il nostro cervello aveva smesso di funzionare. Come fosse ubriaco, vuoto, stanco. Poi però ci guardammo in faccia, io e Gabriella, e capimmo che sì, sarebbe stato difficile, ma la nostra storia, quella di noi come famiglia, stava iniziando, e andammo avanti. Guardando Daniele qui accanto a me, posso dire che non avremmo potuto scegliere nessun altro percorso migliore di questo.
E domani saremo lì, davanti a quella piccola foto, del bimbo o della bimba (speriamo bim… oh, ma in fondo chi se ne frega). E probabilmente piangeremo.
Non siamo pronti. Ma non importa, pronti non si è mai.

Fateci gli in bocca al lupo.

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Proposta di abbinamento

il 10 Aprile, h 10.30 a Firenze con Daniele perchè c’è una “proposta di abbinamento”.

Ready to go? :-)

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Attendendo il nuovo arrivo…

 

 

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